Guai dire gol
Quando Jacopo Fanucchi ha realizzato la rete dell’1-0 che ha consentito all’Alessandria di espugnare Rimini, la nostra reazione istintiva è stata quella di alzarsi in piedi e comunicare la nostra emozione a chi stava a casa, come Nino Manfredi in “Pane e cioccolata” che, nei panni di un emigrato in Svizzera, entra in un locale travestito da svizzero e tenta di mimetizzarsi fra i tifosi elvetici, ma al gol dell’Italia esulta. Si, esulta per il gol, perchè in quell’urlo liberatorio non c’è nulla di male, è l’apoteosi della felicità per l’obiettivo raggiunto dalla squadra del tuo cuore, è un gesto fanciullesco innocente che pensi non possa procurare danni. Ed invece si è scatenata contro di noi l’ira dei tifosi, irritati da quella che ritengono, a ragione aggiungiamo, essere un’ingiustizia palese, un torto insopportabile, un furto che pregiudica in maniera, forse, seria la stagione dei loro beniamini. Anche noi siamo tifosi, anche a noi è capitato, da tifosi, di trascendere contro qualcuno, che sia giornalista o chiunque altro, poco importa, l’”ora del becero” scatta anche nelle persone più british, figuriamoci se poi si tratta di chi è tutto tranne che cultore dello stile di “Her Majesty”. Ma ieri ci siamo litimati a pronunciare la parola “gol”, specificando subito e solamente che si trattava di una rapina in piena regola, ma avremmo potuto dire anche “Ah, La Tauromachia”, la differenza sarebbe stata minima se non nulla, l’obiettivo più facile ed immediato da raggiungere subito e senza protezione alcuna eravamo noi. L’aggresione che abbiamo subito travalica i limiti della passione, quasi sempre “di pancia” che in ogni stadio che si rispetti coinvolge tutte le classi sociali, dall’illustre luminare dell’Ospedale della città, fino al borgataro, passando per il Principe del Foro. Ma questo non basta a giustificare tanta veemenza negli insulti specie contro chi ha il compito di dover raccontare quello che succede in campo ed ha la responsabilità di essere la voce di quelli che la loro voce non possono farla sentire, e non si parla solo di gente che non può andare in trasferta, ma anche di anziani, malati, inabili e di chi abitualmente non si può permettere di spendere neanche quei 10 euro per poter seguire i grigi in casa. E non è tutto, ci hanno fotografati e ripresi come se fossimo stati noi colpevoli di qualcosa, ci hanno attribuito insulti e improperi che non ci immagineremmo mai di pronunciare, uno su tutti la parola “terrone” mai detta, mai pensata neanche nei momenti di maggiore collera della nostra esistenza. Credevamo la civile Emilia Romagna fosse estrena da comportamenti di questo genere, eravamo abituati alla simpatia, all’accoglienza e all’ospitalità di un popolo che riteniamo ancora tra i migliori d’Italia. Ma, ieri, abbiamo capito che quello che non poche settimane fa, Antonio Conte disse in conferenza stampa dopo la trasferta di Bologna, riferendosi alla ferocia degli insulti di tifosi con bimbi piccoli in braccio, corrisponde a verità. Non poter più esultare per la propria squadra, senza che qualcuno pensi che ci sia un secondo fine, cioè quello di aver provocato gli avversari, è il sintomo di un paese malato, depresso che non gioisce più, che non piange più, che si insulta, anonimente, su internet nell’eterna battaglia del “bimbominkia”, che vive il disagio di non poter sfogare le proprie pulsioni se non nell’arena calcistica. Una sorta di regressione morale, non importa se tu sei giornalista, steward, dirigente o un qualunque addetto ai lavori, anche tu sei colpevole di aver pronuciato la parola “gol”. E se dire “gol” è un offesa, siamo, davvero, alla frutta, anzi forse già, irremediabilmente, all’”ammazzacaffè”.
Quel curioso paese chiamato India
Dev’essere un paese proprio strano l’India. Prima arrestano due marò perchè hanno sparato ad un uomo scambiandolo per un pirata, pretendendo di giudicarli per omicidio, poi negano all’azienda “dall’asset straordinario” l’acquisto dei loro elicotteri, solo perchè il loro amministratore delegato è stato arrestato causa tangenti o come le chiama qualcuno “commissioni”.
Questo paese che manda le vacche in giro, invece di tenerle chiuse in qualche villa, ha un senso della moralità molto basso se non accetta compromessi, se la sua filosofia è non entrare nel malaffare dell’economia mondiale.
Se a Calcutta sapessero che una delle aziende del gruppo cui hanno rifiutato degli elicotteri, controllerà i computer dei magistrati da remoto, pur essendo imputata per una storia di sovrafatturazione basato sugli appalti provenienti da Enav, inorridirebbero per la propria bassezza ed incapacità di gonfiare i prezzi a loro vantaggio.
Invece noi abbiamo un Ministero della Giustizia che vigila sugli appalti che concede i servizi informatici ad aziende affidabili che le “commisioni” le pagano regolarmente, che spiamo ed intercettano persone per il loro bene, che decurtano lo stipendio dei dipendenti, ma perchè amministrino responsabilmente i loro soldi.
E poco importa che per tentare di insabbiare l’inchiesta, questo gentiluomo, ora nelle patrie galere in attesa dello sviluppo delle indagini, abbia tentato, sfruttando chissà quali conoscenze, di far spostare il PM che indagava, approfittando dell’appoggio e dell’autorevolezza di giudici in pensione, l’importante è che in Via Arenula tutto questo passi in cavalleria, che siano sempre i soliti a giocare con le nostre finanze, che i servizi erogati grazie a queste “commisioni” devono penalizzare solo i lavoratori che prestano la loro opera perchè funzionino, ai manager, anzi agli imprenditori, anzi ai prenditori di “commisioni”, il merito. Ma si sa in India preferiscono le vacche sacre e magre, qui profane e molto grasse.
Cichinisio, più panzane che calunnie
Da qualche mese, sul portale alessandriaoggi.it, un giornalista alessandrino, tal Cichinisio, di cui non conosciamo l’identità, ma cui non manca la verve comica, spara a zero contro i suoi colleghi, rimbrottandoli per il loro atteggiamento troppo remissivo contro Cusatis, oltre a diversi tentativi di insegnare a tutti come si fa il mestiere di giornalista, ricercando la notizia a tutti i costi.
Infatti, secondo Cichinisio, si sarebbero verificati i seguenti eventi: passaggio di poprietà ai De Salvo (12 Novembre 2011), la sponsorizzazione di 90.000 euro di Gavio (24 Novembre 2012), Camagna Presidente (con tanto di notizia comunicata alla “Gazza”, il 9 Dicembre 2012), 1 milione di euro dalla Solvay Solexis (che in realtà si chiama Solvay Specialty Polymers Italy, ma fa niente) il 30 Dicembre 2012, la COVISOC che, attraverso una comunicazione ufficiale (ma dove?) ha bloccato il mercato. Allora perchè qualche giorno prima hai dichiarato che avevamo preso un portiere brasiliano?
Non nascondo che il coraggio al nostro “Cichi” non manca rispetto al mortorio che impera nel grigiore assoluto del giornalismo alessandrino, ma le topiche prese nel tentativo di cercare una notizia che non c’era, andrebbero segnalate.
Lunedi scorso, siamo stati attenzionati, da questo personaggio, che ci ha contestato di aver visto malissimo sul gol dei grigi perchè in area avversaria, a suo dire, c’era una “confusione degna di una sfida parrocchiale”
Notoriamente, infatti, anche in serie A, sui calci d’angolo non c’è, mai, una confusione degna di una sfida parrocchiale. Infatti, perchè l’azione non strida con l’occhio del tifoso, si chiama un coreografo, possibilmente della fama di Enzo Paolo Turchi, che dispone le marcature in modo che si crei un’immagine armonica che non turbi l’estetica dell’azione. Poco importa che ci siano strattoni, spinte e marcature strette, l’importante è deliziare l’occhio del nostro “Torquemada mandrogno”. Parlando seriamente, basta guardare le immagini, due giocatori dell’Alessandria vanno sul primo palo e portano via due avversari, Degano mette un pallone al bacio per Barbagli, che poi lo metta dentro in tuffo credo sia un dettaglio. E questo a casa mia si chiama schema.
Sempre il nostro Cichinisio, secondo il quale sarei un dipendente di Capra (falso, c’è solo una collaborazione che prevede un rimborso spese solo per le trasferte dei grigi), ci ha rimbrottato perchè non avremmo dovuto criticare Macalli perchè proprio l’ex A.D. dell’Alessandria l’avrebbe votato. Intanto, dire che Macalli non ci piace è nel mio libero arbitrio, tra l’altro, forse perchè possiede una radio a manopola, non ha sentito che è stato detto chiaramente che la dirigenza dell’Alessandria l’ha votato. Se poi è stato, proprio Gigi Capra a contribuire alla sua rielezione, tanto peggio per lui, non si dà credibilità a uno che sogna le partite sui tablet e stadi moderni quando la LEGA PRO sta andando a pezzi e i media locali fanno fatica già ad acquistare strumentazioni al passo con la tecnologia per una crisi del mercato pubblicitario senza precedenti. Il precedete di Fraser è abbastanza recente, ma Cichinisio se n’è scordato. Alla prossima panzana, è stato un piacere.
Chi più spende più querela
Non so se ci avete fatto mai caso, ma ogni tentativo da parte di un qualunque cittadino di contrastare il potere viene frustrato da intimidazioni da parte di chi si sente toccato, talvolta sottoforma di querela, altre sottoforma di reprimenda bollata come atto di una persona incivile ai margini della società.
Così verificare se un avvocato ha operato bene, se un giornalista ha scritto la verità, se il datore di lavoro sta rispettando i diritti più elemantari, se un medico si prende cura del malato, o se un politico fa i suoi interessi invece che quello della comunità, si trasforma in una minaccia per l’inerte cittadino che percepisce un’ingiustizia.
Quasi sempre la querela si presenta sottoforma di una presunta “condotta lesiva dell’onorabilità” della persona danneggiata, tanto la legge italiana dice che l’onere della prova è a carico del diffamatore, quindi è compito tuo fornire spiegazioni. Molto spesso è difficile riuscire a scardinare il sistema intimidatorio che si scatena non appena scatta la mannaia del potente, anche se la prova c’è e magari è anche inconfutabile o inattaccabile. Infatti, La cosa che, purtroppo, è attaccabile è il tuo conto in banca. Un avvocato, solo per una lettera di scuse, prende 500 euro, figuriamoci per una transazione con un collega che difende la presunta parte lesa, ma che con il tuo legale ci va, magari, a pranzo tutti i giorni. E’, infatti, dimostrato che la maggior parte di queste cause penali finisce, quasi sempre, con una remissione di querela. E tu per per paura di perdere il lavoro, per timore di avere il “casellario sporcato” e di cadere nell’oblio della società danneggiando anche i tuoi cari, devi chinare il capo.
L’atto di “lesa maestà”, infatti, può avere conseguenze molto nefaste per la tua persona, il rischio è sempre dietro l’angolo, questi mestieranti della querela, fossero professionisti onesti, invece di farti inseguire da un legale, proverebbero a spiegare la loro posizione, il perchè di alcune loro azioni, dimostrando trasparenza verso l’opinione pubblica ed invece, proprio, perchè l’onere spetta a te e, spesso, non sei nelle condizioni economiche di poter portare avanti una battaglia e tutto si ferma, maledettamente, prima.
Per questo la prossima riforma della giustizia dovrà tutelare chi vede lesi i propri diritti di persona comune, di lavoratore o comunque di elemento parte integrante della società. Sospendere l’obbligatorietà dell’azione penale se la sproporzione tra cittadino e casta è palese, è il primo passo di una riforma della giustizia che garantisca, veramente, parità di trattamento. Altrimenti chi potrà permettersi di pagare bene un avvocato vincerà sempre anche se ha torto e, chi ha fame di informazione la verità fino in fondo non la saprà mai.
Schiavi senza catene.
Vi avevamo parlato, qualche mese fa, della piccola odissea di alcuni lavoratori, circa un centinaio in tutto, che dopo quindici anni di assistenza informatica nei Palazzi di Giustizia e diversi passaggi di aziende, si sono visti decurtare, in maniera consistente, lo stipendio poichè la nuova ditta committente, utilizzando una procedura resa perfettamente lecita dalle leggi sul lavoro della Fornero, ha deciso di non utilizzare le classiche norme vigenti in materia, (ovverosia le l’ articolo 2112 del Codice Civile e l’articolo 47 della legge 428/90), ma di gestire il passaggio attraverso un licenziamento collettivo dalla vecchia per poter riassumere, previa espressa rinuncia al periodo di prova, con lo stesso livello contrattuale, ma la perdita dell’anzianità di servizio e di ferie e permessi, oltre che dei premi aziendali ottenuti. Non solo, il nuovo contratto prevede che scatti di anzianità e aumenti futuri, verranno completamente riassoribiti dalla nuova realtà.
Il patto prevedeva anche la stabilizzazione di molti lavoratori con contratto precario e, seppur in maniera dolorosa, l’accordo ne salvaguardava una fetta consistente. In una situazione di recessione come quella attuale, si riteneva comunque positivo questo accordo, anche perchè i lavoratori più anziani, alla soglia dei 50 anni, avrebbero avuto difficoltà a trovare una nuova occupazione. Di fatto, comunque, una pistola puntata alla tempia.
Ovviamente tutte le situazioni pregresse, ossia il pagamento di ferie e permessi da parte della ditta uscente, nonchè della liquidazione, oltre che della tredicesima, avrebbero dovuto essere corrisposte. Avrebbero… Perchè con un soprendente comunicato l’ufficio personale della vecchia azienda, il 28 Dicembre 2012, ha comunicato a tutti i lavoratori che non avevano accettato il passaggio che, causa con una cessione di quote, sarebbero stati trasferiti presso un’azienda del gruppo, tramite una sua controllata, di cui fa parte anche la nuova.
Per cui i vecchi lavoratori, di fatto, dovranno esigere i crediti pregressi, che la vecchia azienda ha furbescamente non pagato, alla nuova realtà il cui gruppo finanzia l’azienda per cui stanno lavorando e quelli che non avevano accettato, per ragioni economiche, di lavorare per la nuova realtà hanno mantenuto la loro posizione contrattuale, pur non sapendo dove verranno destinati.
Insomma, pare evidente che fosse stato tutto già deciso dalle due realtà, al momento del passaggio, ovviamente con grave danno per i lavoratori. Io mi libero di contratti particolarmente onerosi, tu te li prendi in carico senza costi aggiuntivi, poi quelli che non accettano te li cedo con le procedure normali, tanto il grosso, per paura di perdere il posto, è già passato da voi.
Ma non è tutto. Alcuni dipendenti della nuova azienda ci hanno comunicato che, nonostante le promesse, di buoni pasto da 5,32 euro, che andavano a completare il trattamento di trasferta, non ne hanno visto l’ombra con la conseguenza che anzichè prendere 10,33 euro come da CCNL Metalmeccanici, i lavoratori percepiscono come rimborso 6,01 euro. Inoltre in busta paga la reperibiltà, prevista al Sabato per tutti, non è stata pagata completamente, oltre ad altre incongruenze inspiegabili.
Aggiungiamoci che il nuovo contratto di servizio prevede che questa tipologia di lavoratori debba fare tutto negli Uffici Giudiziari, anche facchinaggio, anche supporto formativo e persino psicologico, senza ovviamente avere adeguata formazione da parte dell’azienda sui nuovi prodotti informatici cui il dicastero intenda avvalersi.
Tutto questo sarebbe difficile da digerire ma sopportabile per committenti privati che utilizzano l’outsourcing per risparmiare (ma quanto?), ma è intollerabile se avviene nel posto dove si amministra la Giustizia.
Schiavi senza catene, appunto…